
di Oliviero Forti - Professore a contratto di Geopolitica delle migrazioni presso l’Università di Napoli - Unisob
L’eccezionale afflusso di migranti verso Ceuta non può essere interpretato esclusivamente come una crisi umanitaria o come l’espressione di una pressione migratoria spontanea.
La rapidità con cui decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave spagnola e le modalità con cui ciò è avvenuto suggeriscono che l’evento debba essere letto all’interno del più ampio quadro delle relazioni geopolitiche tra Marocco, Spagna e Unione europea.
La questione centrale non riguarda tanto le ragioni che spingono migliaia di persone a tentare l’ingresso nell’Unione europea, fenomeno strutturale alimentato da profonde disparità economiche, oltre che da instabilità regionali e limitate opportunità occupazionali, quanto il motivo per cui tali movimenti siano stati improvvisamente resi possibili. Ceuta rappresenta una delle frontiere esterne più sorvegliate dell’Unione europea, dove il controllo del lato marocchino costituisce un elemento essenziale del sistema di contenimento dei flussi migratori irregolari, provenienti soprattutto dall’Africa subtalsahariana.
Un attraversamento di tale portata appare difficilmente compatibile con il mantenimento dell’ordinario livello di vigilanza da parte delle autorità di Rabat. Per questo motivo, numerosi osservatori ritengono plausibile che il Marocco abbia deliberatamente ridotto, almeno in via temporanea, l’intensità dei controlli alla frontiera. Questa interpretazione si inserisce nel dibattito sulla cosiddetta weaponization of migration,1 ossia la strumentalizzazione dei movimenti migratori quale dispositivo di
pressione politica nei confronti di altri Stati.
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